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“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé”
Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, 1895
Fragili memorie. Nota per Anita Artura Agresta

Pasquale Ruocco

Per Anita Artura Agresta perdere la memoria è come perdere le parole, è come smarrire la coscienza di se stessi e, di conseguenza, la capacità di interagire con l’altro.
Il rischio avvertito è quello di una inarrestabile perdita da parte dell’uomo contemporaneo dell’idea di essere prima di tutto un insieme fatto di carne e sangue, sentimenti, emozioni e ricordi.

Ma perché è così importante la memoria? Forse perché – come suggeriscono Ugo Fabietti e Vincenzo Matera in Memoria e identità – è un ingrediente basilare dell’essere, del suo formarsi tra necessità individuali e relazioni interpersonali.
Lungo tali coordinate si muove il cammino dell’artista palermitana, per la quale le nozioni di identità e memoria si collegano al concetto di rappresentazione di sé nel contesto sociale, s’intrecciano alle riflessioni sul genere, sulla sessualità, più in generale sul femminino.

Il lavoro di artiste come Louise Bourgeois, Carol Rama, Vanessa Beecroft, con la quale l’Agresta ha, tra l’altro, avuto occasione di relazionarsi partecipando alla performance realizzata a Napoli nel 2011, ancora di Tracey Emin, Kiki Smith e Marlene Dumas, rappresenta, in questo senso, una prospettiva stimolante, soprattutto per quella comune tendenza a svelare all’osservatore gli aspetti più intimi e nascosti, sia fisici che psicologici.
Dal canto suo, prediligendo rappresentazioni emotive ed evocative, l’Agresta sulla tela, o su cartoncino, prova a ‘cucire’ tra loro i sogni, gli incubi, le immagini e i ricordi che l’inconscio, di tanto in tanto, le riporta alla mente, al fine di poter meglio presentare la sua identità.
Non si tratta tuttavia di un’azione distensiva, piuttosto di un necessario e lancinante moto di liberazione, dal valore quasi taumaturgico.
Lei stessa suggerisce, riguardo la sua pittura, che si tratta di “un amplesso costante di membra che si dilatano e accolgono, respirano, soffocano e si riposano” e, ancora, “di uno stato di febbre eccitante” con il quale convivere quotidianamente.
Per questi motivi la trama intessuta dall’artista non è mai completa, piuttosto irrimediabilmente sfilacciata, tesa com’è tra passato e presente, tra dimensione pubblica e privata, tra la quotidianità della realtà e l’eccezionalità dell’inconscio.
In particolar modo, come suggeriscono i lavori in mostra, genericamente indicati come Self-portrait, è la rappresentazione di sé che preoccupa l’artista, più precisamente  il pericolo di liquefarsi in uno stato indifferenziato.
I volti diventano macchie di colore bianco, incapacità di ricostruire una propria immagine, se non attraverso sembianze fragili e incomplete; corpi di una liquidità viscosa, di latte materno e liquido mestruale, puntano a sopravvivere in una dimensione ambigua, attraversata dalla nostalgia per il dolce tempo dell’infanzia e quello amaro e incerto dell’età adulta, contraddistinta da un generale sentimento di perdita e insicurezza che pervade la sua, anzi la nostra generazione.
Quelle dell’Agresta – penso a Kore, di recente esposto in occasione di “Paleocontempranea”, a Self-portrait #1, alla serie dei piccoli Self-portrait naked – sono gracili icone, dal tratto quasi infantile, costruite con segni evanescenti; specchio di una innocenza che rischia d’infrangersi, di scomparire da un momento all’altro senza lasciare tracce, se non una sensazione di profondo smarrimento e incomprensione.
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