ORDINE E DISORDINE


ORDINE

OpticalDreams #2 creates a nice optical illusion of depth in free space. It creates different scenarios depending on when I look at it which I enjoy. Color choice and composition are well done. It’s well follows the traditional work by Attilio Michele Varricchio.

Thomas Weuthen

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Attilio Michele Varricchio, geometrizzando le sue visionarie pulsioni, variabili in itinere, offre all’indagine l’immediatezza della percezione di una sincronica vertigine ottica, che lievita come in sogno articolato in una architettura esperta dei miti del nostro tempo dell’incertezza.

Tengo a sottolineare che, nella loro organicità, le opere cinetico-geometriche, come quelle dei tracciati energopulsanti e degli optical dreams, si fruiscono come visioni singole, come immagini che danno il senso di un accadimento, in cui altri stanno fervendo nel mistero che li fa moltiplicare in discontinuità di luci e tracciati.
Le consonanze delle geometrie polimorfiche ed i ritmi nei quali le modula la
fantasia dell’artista, non a caso scienziato e specialista della medicina
oculistica, attraggono per quel senso dell’ordine che nel cubismo
segnico-cromatico emerge e ci fa riflettere sulle ragioni della memoria, dell’invenzione, della realtà e dell’apparenza…

…le logiche labirintiche, che si fanno arcane nelle deformazioni delle geometrie inventate per offrire un’altalena visiva, con il senso delle contraddizioni, armoniche, nei ritmi pieno-vuoto, concavo-convesso, propongono ambiguità cinetiche difficilmente praticabili anche alla fantasia equilibrista eccellente.

Ho alluso all’inganno psicologico e razionale, ma proprio in quello la libertà sa inventare un ulteriore ordine, sempre a rischio, e partecipare alla giostra delle mutazioni intuibili nel polimorfismo geometrico…

Angelo Calabrese

DISORDINE

La morte, nella sua rappresentazione del cranio, è da sempre utilizzata nel mondo dell’arte come simbolo della fragilità dell’essere umano, della sua vacuità malgrado il suo potere; rappresenta il tutto, rispetto al nulla della sua ricchezza e intelligenza. 

Il teschio non è più o meno di moda ma, semplicemente, continua ad apparire in periodi storici dove l’uomo si sente più fragile ed indifeso, dove annusa la propria incapacità di mutare l’inevitabile evolversi dei tempi. L’artista che è, tra gli uomini, il più sensibile degli “animali”,  quindi, lo usa come metafora e specchio per raccontarsi, cercando di calamitare l’attenzione degli scettici e di coloro, invece, che percepiscono l’altrettanto bisogno di cambiamento, in senso evolutivo, degli aspetti umani.

Non è, quindi,  il semplice scimmiottare di un déjà vu ma, semmai, è il sottolineare la nostra decadenza spirituale.

L’uso del colore sdrammatizza, ma non vuole alleggerire il carico di responsabilità rappresentato dallo schieramento di piccoli carri armati, altrettanto colorati e disposti nelle varie aree del cranio, e mette in evidenza le differenze tra stati, religioni, economie, lingue, colore di pelle e culture in questa scultura che è un mondo/teschio o un teschio/mondo.
I confini sono invenzioni dell’uomo, muri immaginari che non ha costruito la natura ma le lotte intestine, le guerre, l’odio. Non c’è amore nei confini, ma un carico di morte e di dolore, sono “muri” lavati dalle lacrime di milioni di individui.

Anche nella scultura il cui titolo è Rifiuti speciali il teschio è il soggetto principale, ma qui è soltanto la memoria di vite che non sono mai nate, di piccoli embrioni accumulati uno sopra l’altro dentro un contenitore per rifiuti speciali, appunto.
Quanta ironia nell’uso delle parole rifiuti e speciali! Quando qualcosa è speciale è unico, quasi insostituibile, qualcosa da preservare ed accudire con amore e dedizione. Mentre il rifiuto è un oggetto di cui sbarazzarsi senza pensarci, è un fastidioso orpello senza nessun valore.
Ma nella scultura di Attilio le parole perdono la loro accezione semantica e si trasformano in un’unica scultura e ci raccontano del rifiuto, forzato o naturale non lo sappiamo, a continuare una vita. Che colore avrebbero potuto avere quegli occhi che ora sono solo delle orbite vuote? Che colore i capelli? Che individuo sarebbe potuto diventare?… Mille domande senza risposta, solo possibili congetture dettate dalla volontà di esorcizzare la paura del possibile o dell’egoismo umano.

Le due sculture sembrerebbero poter avere un legame soltanto per la presenza dei teschi ma, in realtà, vivono nello stesso spazio, nello stesso tempo, nello stesso pensiero generato dall’artista, e il messaggio è urlato a squarciagola.  
La morte non è mai un gioco, come non lo è la vita, e chi meglio di Attilio può ricordarcelo ed insegnarcelo?!
Ed ogni valore è relativo se comparato a ciò che il nudo volto sorridente rappresenta.

Marco Veronese

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Altrove
 Il lavoro rende (maledettamente)liberi. Arbeit Macht Frei. È scritto su un dannato cancello, è scritto su una parete cieca. È scritto sui muri che da Berlino vanno in ogni periferia del mondo, alla latitudine di Napoli e New York, tra le derive dei continenti, nei quartieri ghetto, nei dormitori di ogni banlieue.
Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia. E quella storia si perderà nel buio di memorie senza occhi. Senza un racconto non c’è storia. È come se non fosse mai successo. Eppure, ogni storia è nostra, vive dentro di noi, tant’è vero che la storia siamo noi.
Non è una certezza, ma un segnale di viaggio. Dio c’è. Indicazione per traffici di morte, il richiamo della foresta gronda di vernice spray sui piloni autostradali e ai confini di ogni segregazione. Quel nome nominato invano connota dolore ed emarginazione criminale.
Attilio Michele Varricchio fa pittura digitale partendo da un collage fotografico di realtà suburbane, invase da rifiuti e detriti, architetture del cemento delimitate da muri parlanti che sono i recinti mentali di false coscienze. Ogni non-luogo è una stazione di un pensiero liquido.
La vita, viene da pensare, è veramente altrove. Ma da noi stessi non è possibile fuggire.

Enzo Battarra