LA FOTOGRAFIA E’ UN LUOGO DELLA COSCIENZA

Ho scattato così tante foto
per riuscire a trovare il mio posto nel mondo
Vivian Maier

La fotografia è un luogo della coscienza

Pasquale Ruocco

Non esistono – spiegava Sergio De Benedittis a chi partecipava al suo corso di “Sopravvivenza visiva” – fotografie belle o brutte, esistono piuttosto fotografie che servono e altre di cui non sappiamo cosa farne, inutili al fine di qualsiasi discorso o narrazione. Il rischio paventato dal fotografo napoletano, scomparso prematuramente nel 2009, è quello attualissimo di una limitazione del giudizio, di un appiattimento della critica, quindi dello sguardo, alla superficie delle cose, riducendo tutto, secondo la legge di Facebook, ad un “mi
piace”.
L’atto fotografico, del resto, da tutti ormai praticabile, tende sempre più a limitarsi alla pressione di un otturatore o di un touchscreen, per catturare un qualsiasi attimo della nostra quotidianità, rendendo feticcio qualsiasi momento della nostra esistenza. Ciò influisce negativamente sul nostro modo di vedere, sul formarsi della nostra identità sempre più compressa entro un sistema di consumo veloce e acritico. Come spiegano, difatti, le scienze cognitive e neurobiologiche, le immagini di cui ci circondiamo ricoprono un ruolo fondante nel costruire, sin dall’infanzia, l’identità di un individuo, la sua coscienza. Una faccenda certamente antichissima, con implicazioni anche politiche e sociali, che ora si arricchisce e complica a causa di quell’ incredibile sviluppo di mezzi e sistemi di comunicazione capaci di produrre, diffondere e condividere informazioni in qualsiasi momento e luogo, ad una incredibile velocità. Ci troviamo, così, ad affrontare un mondo sempre più fatto di fotografie, dove districarsi tra immagini che servono e immagini inutili diventa sempre più difficile, se non addirittura un’attività inutile, nonostante in tale discernimento si configuri il formarsi stesso di ciò che chiamiamo coscienza, del rapporto che instauriamo con la realtà, con l’ambiente che quotidianamente attraversiamo.
Interrogarsi sul lavoro di tre giovani fotografi diventa, perciò, l’occasione per confrontarsi con tali trasformazioni, con le possibilità e le conseguenze correlate; significa interrogarsi, ancora, su un’idea di fotografia come strumento di conoscenza del mondo e del proprio io, coinvolgendo – come suggerisce Vilém Flusser – un discorso sulla libertà dell’uomo in un contesto nel quale quest’ultimo sembra ormai vivere in funzione delle immagini che egli stesso crea.
Pasquale Autiero, Cristina Cusani e Assunta D’Urzo, accomunati dalla partecipazione al Laboratorio Irregolare avviato da Antonio Biasiucci nel 2012, si confrontano, ognuno a modo proprio, con un’idea di fotografia intesa come spazio esperienziale nel quale – sosterebbe Vivian Meier – misurare la propria presenza nel mondo, nel suo essere testimonianza di una memoria e di un ricordo, enunciazione di un tempo e di una realtà, tra luogo e non luogo, processo cognitivo che oscilla tra il reale e la sua forma trascesa, che si confronta con una contemporaneità intesa – suggerirebbe Agamben – nella sua
intempestività e nella sua oscurità, inserendosi tra le sfasature e gli interstizi del nostro tempo. Un tracciato che muove dalle opere di Pasquale Autiero che, come un sonnambulo, attraversa lo spazio notturno, oscuro, della nostra mente e della nostra esistenza, agendo in maniera quasi allucinata rispetto al mezzo e al contesto in cui agisce, triturando e riprogrammando, alla maniera di un Mario Giacomelli o di un Michael Ackerman, tutti i codici dello strumento. Ne vengono fuori immagini che oggi definiremmo blurred, mosse, sfocate, volontariamente fuori fuoco, che rendono impossibile ogni sorta di collocazione
spazio-temporale, accentuando quel muoversi tra i fantasmi del nostro inconscio. Non a caso gli scatti messi in mostra appartengono alla serie Canto Notturno – Presa di coscienza sulla morte, ispirata ai celebri versi di Giacomo Leopardi. Un viaggio onirico al confine tra la vita e la morte, guidati da un gatto luciferino tra architetture sbilenche, inquietanti, in una natura surreale dove una scena di Hans Baldung ci interroga sul senso della vita, sulla sua finitudine e sul quel desiderio di immortalità che l’uomo ancora oggi affida alle immagini, alle fotografie. Un desiderio, un sentimento che si traduce nell’inedito Ritorni, serie realizzata da Cristina Cusani, in una atmosfera sospesa, che si condensa negli interni e negli oggetti di vecchie case traslocate in attesa di nuovi inquilini. Costruendo una sorta di archivio memoriale, modalità ricorrente nel lavoro della fotografa, autrice tra l’altro delle serie Tufo e di Abecedario, la Cusani, la cui ricerca si arricchisce ora del ricorso al colore, sofferma il suo sguardo sui luoghi, sugli oggetti, sulle tracce, insomma sul rapporto che essi instaurano con
chi li abita, li agisce, li determina in quanto tali, confrontandosi con la memoria e con il suo contrario, l’oblio. «Entro in una casa – scrive l’artista – che non è più abitata e trovo quello che è rimasto indietro; il vuoto lasciato ha i segni del passaggio ed è uguale e diverso in ogni abitare. Il momento in cui avviene il cambiamento rappresenta una pausa in cui si percepisce la nostalgia del mutare». L’artista blocca così un intervallo, una sosta, restituendoci l’impressione di una contemporaneità tesa tra il senso dell’abbandono e
l’emozione di un nuovo ma indecifrabile inizio. In una dimensione autobiografica, invece, proponendosi – scriverebbe Christian Caujolle –
di andare oltre il limite delle proprie derive e delle proprie ossessioni, si muove Assunta D’Urzo, dando luogo a immagini liriche, romantiche, testimonianza di un’esperienza fisica e diretta del mondo. È questa la prospettiva che informa Hval – La Balena, progetto che l’autrice ha avviato nel 2014, di cui qui presenta per la prima volta una sorta di prologo, di introduzione ad una ricerca complessa e ancora in corso. Hval in norvegese significa balena ed è questa che la D’Urzo, a metà strada tra la folle perseveranza del capitano Achab e il
sopravvissuto narratore Ismael, cerca di afferrare. Ne vien fuori un lavoro ibrido, che mescola alla fotografia il carattere epico dei romanzi di viaggio, la potenza drammatica e psicologica del capolavoro di Melville, addentrandosi con fatica tra boschi e rovine, tra antri bui e sotterranei, nei meandri bui, negli abissi dell’io, alla ricerca di una figura, una forma necessaria – dice – per non naufragare. Figure, icone, immagini che racchiudono la forza dell’archetipo, di un non so che di originario, per certi aspetti primitivo, che rimandano ad una rifondazione ontologica dell’esperienza fotografica, al di fuori dei media, del mainstream, rivendicando un nuovo approccio al tempo, allo spazio, alla vita.
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